Solo ora si capisce cosa abbiamo perduto Grazie a chi ci diede 71 anni di pace


Corriere Della Sera

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«Questa è una minaccia globale all’umanità e alla libertà di tutti coloro che vogliono vivere in pace, non solo in Europa ma anche in Medio Oriente, in Africa, dei cristiani come dei musulmani. Che cosa aspettiamo nell’Ue per capirlo, che una maggioranza dei nostri Stati sia colpita? E se questa è davvero una guerra, che cosa fanno le Nazioni Unite? Io credo che misureremo solo ora che cosa abbiamo perduto — non per sempre, spero — con il mondo di una volta. E quanto dobbiamo ringraziare chi ci ha regalato 71 anni di pace».

Sylvie Goulard è appena tornata a Parigi da Cracovia, dove ha parlato di Europa con i giovani accorsi all’appello del Papa. Eurodeputata liberaldemocratica francese, da sempre fra i più attenti osservatori dell’Unione, giurista e autrice di vari saggi fra cui — con Mario Monti — La democrazia in Europa. Guardare lontano , ha qualcosa da chiedere ai leader di Bruxelles e dei singoli Paesi: «Siano più umili, e non autoreferenziali, per usare un’espressione del Papa. Siamo di fronte a una minaccia globale ed estremamente complessa, che non riguarda solo l’Ue, e che ha fatto vittime ovunque. A Cracovia, mi hanno colpito alcuni giovani, già volontari in aiuto dei civili siriani e iracheni, che hanno sottolineato il prezzo pagato da quei popoli non solo a causa della guerra ma anche del terrorismo». In due parole, «non servono risposte univoche o superficiali, ma un’analisi giusta». E qualche esempio di soluzioni superficiali, «calate dall’alto», viene già dalla Francia: «Proporre di reintrodurre la pena di morte è ridicolo, non serve contro chi è sempre pronto a morire. Abbandonare lo Stato di diritto è il contrario che resistere al terrore. Il primo obiettivo del terrorismo è dividerci, creando la guerra civile: colpirci nella vita quotidiana (Bataclan), nelle celebrazioni della nostra storia nazionale (Nizza), nella religione (Rouen)…».

E così a Bruxelles, o in Germania. Per rispondere, occorrono dunque «strategie differenziate e sottili, su vari piani. Non certo la strada della chiusura». Perché sono vari i fattori, e agiscono tutti insieme, da cui nasce la minaccia: da quello religioso («ma solo in parte, una certa percezione dell’Islam»), a quello economico-sociale, agli errori compiuti dai nostri governi nel gestire l’integrazione. Poi, le nostre incoerenze nei rapporti con l’Arabia Saudita e altri Paesi: «Come possiamo fare affari con certe società wahabite, senza vedere l’impatto che ciò ha su di noi?». E ancora: la percezione del conflitto Israele- Palestina, «e forse anche una certa frustrazione che i giovani musulmani possono avere nella percezione di se stessi, nel rapporto con se stessi»: Sylvie Goulard cita un rapporto Onu del 2001 che parlava proprio di questo: «Nelle società di provenienza di quei giovani, spesso nipoti di ex sudditi coloniali, venivano tradotti meno libri dall’estero, o le donne avevano meno accesso degli uomini al mondo del lavoro…»: ciò vale probabilmente ancora oggi, e non si può escludere che abbia acuito le comuni frustrazioni giovanili.

Ma «nessuno di questi fattori, da solo, può spiegare tutto». E quanto alla «guerra» che secondo molti è in corso, «è una parola che mi turba: perché quanto accade è una barbarie totale, ma da giurista devo rilevare che giuridicamente non è una guerra, non c’è un conflitto fra potenze, uno Stato che attacca la Francia o la Germania. Dobbiamo certo organizzarci, e resistere, mantenendo però il sangue freddo: e non offrire a certa gente una pubblicità pazzesca usando di continuo questa parola». Se in parte c’è, come c’è, un elemento militare, allora bisogna casomai parlare di una difesa comune europea. Ma «quanto accade», appunto, è forse peggio di una guerra classica: «Una nebulosa di persone vuole distruggere la nostra pace». Perciò capiremo presto che cosa abbiamo perduto con il mondo di una volta. Ma prima di allora, conclude Sylvie Goulard, ognuno di noi può ancora fare molto, e questo è anche il messaggio che viene da Cracovia: «Dare il nostro contributo per sostenere chi, fra i cristiani, i musulmani, gli ebrei, i non credenti, cerca di creare dei ponti, e non sceglie la via della chiusura».

di Luigi Offeddu, Corriere della sera

Sylvie Goulard

Conseil en stratégie et résilience – Transitions européennes et globales

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