Auteur/autrice : julien

  • Who wants to sign a trade deal with a country that has just renounced its previous agreements?

    Who wants to sign a trade deal with a country that has just renounced its previous agreements?

    Brexiteers want the British public to believe that stronger relations with the rest of the world can make up for the loss of Europe. But this “either/or” approach is artificial.

    All countries are part of a single world. Future trade partners of the UK are currently either EU members or the EU’s trade partners. Furthermore, the rule of law is an indivisible principle. Inside the EU, countries are bound by rules, above all the four freedoms, especially the free movement of people, enforced by the European court of justice. The UK benefited from the court’s decisions, for example when the EU judges authorised the clearing of euro derivatives to stay in London.

    At the international level, rules are not going to become less important for the UK: World Trade Organisation dispute settlement panels contribute to fair trading conditions, and the UK is a signatory of the UN charter, and a permanent member of the UN security council, having accepted the jurisdiction of the international court of justice. I have no doubt the UK will fully respect its commitments concerning international law.

    What would happen were the UK to decide not to respect all the commitments related to the EU treaties it has signed and democratically ratified, such as its current budget commitments? It would not only make the withdrawal negotiations, but also future relations with EU countries, tougher. In addition, the UK would inflict reputational damage upon itself: who wants to sign a trade agreement with a country that has just renounced its previous agreements, in an unexpected way?

    In Britain people do not realise to what extent the preference for a “hard Brexit” puzzles the UK’s partners. The pragmatic champion of the single market, pushing for free trade and enlargement to eastern and central European countries with unlimited intra-EU migration, has made a U-turn. Theresa May is now reversing all previous British priorities. This gives the impression that an abstract notion of British national sovereignty trumps anything else.

    These sudden changes are not only creating mistrust in the economic fields. They could even have an impact on defence and much-needed sharing of intelligence information to fight against terrorism. In the event of “no deal” or an ugly divorce, the negative impact would be considerable, for both the UK and the EU.

    It is time to return to less emotional positions and to reflect on long-term interests. Naturally the UK has the sovereign right to leave the EU. However it cannot attempt to change the EU through its departure. Were it to do so, the UK would end up hurting itself.

  • «Quelle parole io non le avrei dette In certi Paesi perĂČ l’onestĂ  preoccupa»

    «Quelle parole io non le avrei dette In certi Paesi perĂČ l’onestĂ  preoccupa»

    Dappertutto «Sud e Nord sono dentro l’Italia, dentro la Francia. Ci sono problemi ovunque»

    «Dijsselbloem dice che i Paesi del Sud Europa spendono gli aiuti Ue in alcol e donne? Beh, non sono certo parole diplomatiche, e io non le avrei mai dette. Ma se allarghiamo il discorso all’uso in generale della cosa pubblica, a come la si amministra in certi Paesi, allora un fondo di veritĂ , c’ù. Prenda per esempio la Francia: il ministro degli Interni e un candidato alla presidenza accusati di aver dato lavori fittizi a parenti vari
 E in altre nazioni? Transparency International ha ben chiarito il rapporto esistente fra crescita della corruzione e la frenata della crescita
 È il livello, l’esigenza reale di onestĂ  in tutto il continente che deve preoccuparci, piĂč ancora di certe battute. Altro che donne o vino ».

    Sylvie Goulard, eurodeputata francese dell’Alleanza dei democratici e liberali, autrice di 7 libri sull’Europa fra cui «Goodbye Europe» e (con Mario Monti) «La democrazia in Europa – Guardare lontano», ha appena letto le dichiarazioni di Dijsselbloem sui «sudisti» che spenderebbero in soldi e vino i fondi della solidarietĂ  europea. E ha anche letto le risposte di Pittella o dei Cinque Stelle: «Che a dir la veritĂ , mi sono sembrate anch’esse un po’ fuori tono. Avrei detto “non sono d’accordo”, ma avrei anche ascoltato e riflettuto».

    Perché?

    «PerchĂ© credo che i governi europei di oggi debbano smettere di vedere solo la trave negli occhi altrui e la pagliuzza in quegli degli altri, e debbano imparare di nuovo ad ascoltare le critiche, ad accettarle. Io sono, per esempio, molto preoccupata per l’Italia».

    Perché?

    «Per come Ăš cambiata o sta cambiando la sua attitudine verso l’Europa. PerchĂ© i suoi cittadini sembrano non capire piĂč che proprio l’Ue, con le sue critiche e il suo indicare le cose che non vanno, puĂČ proteggerli da una certa loro casta. Lo stesso Ăš avvenuto o sta avvenendo in Francia, del resto. Per le riforme sull’uguaglianza di genere, sull’ambiente, per tante altre cose, l’Ue Ăš stata ed Ăš molto importante. Tant’ù vero che persone come Monti o Macron, non l’hanno criticata ma hanno cercato di fare queste riforme nell’interesse del loro Paese. Ma a proposito delle polemiche di queste ore, e delle parole di Djissembloem, c’ù qualcos’altro che dobbiamo tutti ricordare».

    Che cosa?

    «L’Ue l’abbiamo creata proprio per questo, per dirci e ascoltare osservazioni e critiche, anche se magari spiacevoli. E torno a ripetere, guardando ai dati di Transparency International e non alle percezioni di questo o quel Paese: ognuno deve fare uno sforzo per rispettare le regole e combattere la corruzione».

    Djjssembloem fa capire che nel Sud dell’Europa non ù decisamente così.

    «Ma il Sud e il Nord ci sono ovunque: dentro l’Italia, dentro la Francia, ovunque. I problemi ci sono dappertutto. Come donna, penso per esempio che certi Paesi del Nord – come la Germania – non siano poi cosĂŹ avanzati nell’uguaglianza di genere. Ma torniamo ancora una volta al rispetto delle regole. Se alziamo il livello di questa esigenza, e combattiamo la corruzione, aiutiamo tutti: gli italiani, i francesi, gli spagnoli, i greci. Tutti. Io, poi, non voglio dover scegliere fra Nord e Sud, fra Germania e Italia o Francia».

    In che senso?

    «Non lo dico, mettiamola cosĂŹ, per una forma di tenerezza personale o nazionale. Ma perchĂ© so e sappiamo tutti come sia piĂč facile fare alleanze con chi ci Ăš culturalmente, o economicamente piĂč vicino: i Paesi del Sud Europa con quelli del Sud, quelli del Nord con quelli del Nord, e cosĂŹ via. Ma il grande, grandissimo valore aggiunto dell’Unione Europea Ăš stato proprio quello di mettere insieme Paesi diversi, cioĂš di mettere a frutto la diversitĂ . Nel dopoguerra, ciĂČ ha portato a cose favolose. Non dobbiamo, non possiamo dimenticarlo».

    Luigi Offeddu

  • Mardi 7 mars : City Debate : “This House believes that the rest of the world more than makes up for the loss of Europe.”

    Mardi 7 mars : City Debate : “This House believes that the rest of the world more than makes up for the loss of Europe.”

    Le 7 mars j’ai participĂ© au City Debate 2017 Ă  Londres. Il s’agissait de dĂ©battre d’une motion intitulĂ©e : “cette maison pense que le reste du monde est plus que suffisant pour remplacer la perte de l’Europe”.

    Avec Hugo Dixon, ancien journaliste du Financial Times et actuellement prĂ©sident de InFacts, nous avons dĂ©fendu l’opposition Ă  cette motion, face Ă  Helena Morrissey, prĂ©sidente de l’Investment Association, et Alex Brummer, correspondant Ă  la City du journal Daily Mail.

    Une soirĂ©e intĂ©ressante, oĂč les Ă©changes furent vifs. A l’issue du vote final, nous avons Ă©tĂ© Ă©lus gagnants du dĂ©bat.

    Mon discours prononcé lors débat :

  • Rencontre de terrain avec les associations qui luttent contre la pauvretĂ©

    Rencontre de terrain avec les associations qui luttent contre la pauvreté

    Le lundi 20 fĂ©vrier, je me suis rendue Ă  ChambĂ©ry pour une journĂ©e d’échanges et de rencontres avec diverses associations travaillant avec les plus dĂ©munis.

    Plusieurs choses m’ont vraiment frappĂ©e lors de ces rencontres. D’une part, la motivation et le dĂ©vouement des acteurs pour aider ceux qui sont dans le besoin – ils accueillent tous ceux qui se prĂ©sentent chez eux, sans distinction de nationalitĂ©, d’ñge, de profil. D’autre part, les solutions innovantes qui peuvent ĂȘtre trouvĂ©es qui sont impressionnantes.

    Pendant la journĂ©e, j’ai rencontrĂ© les membres de l’ Â« Accorderie de ChambĂ©ry Â», une association qui facilite l’échange entre membres. Chaque service proposĂ© a un prix, mais sans valeur monĂ©taire. Le prix est marquĂ© en valeur de temps. Le site web ouvert aux membres de l’Accorderie et le tableau d’affichage dans le local permettent aux personnes soit de proposer un service (qui peut ĂȘtre trĂšs divers, il n’y a pas de rĂšgle, cela peut ĂȘtre la garde des enfants, du bricolage, un cours de cuisine), soit de demander un service (aider Ă  peindre le salon, cours de langue etc.). Le principe de base de cette association est que chacun a des compĂ©tences qui peuvent ĂȘtre apportĂ©es Ă  d’autres et que tout le monde peut participer Ă  cet Ă©change car cela ne dĂ©pend pas des moyens financiers. Il n’est pas possible de payer pour un service, le ‘paiement’ se fait par un don de son temps Ă  quelqu’un d’autre.

    Une discussion a eu lieu avec le Secours Catholique sur l’accueil et l’intĂ©gration des migrants et des demandeurs d’asile dans la rĂ©gion. D’une part, ils aident Ă  complĂ©ter les dossiers qui doivent ĂȘtre envoyĂ©s aux services compĂ©tents, d’autre part ils essaient, dans le mesure du possible, de proposer des solutions concrĂštes, parfois d’urgence, pour l’hĂ©bergement, la nourriture, l’accĂšs aux soins, etc. pour ceux qui en ont besoin. Sans ces actions, la situation serait plus grave que la rĂ©alitĂ© actuelle. La situation est compliquĂ©e car il existe une concurrence entre des publics diffĂ©rents pour accĂ©der aux ressources disponibles : migrants, rĂ©fugiĂ©s, SDF. DĂšs qu’un mineur atteint la majoritĂ©, il est expulsĂ© des centres d’accueil, mĂȘme s’il n’a pas encore dĂ©posĂ© sa demande d’asile par exemple. Les bĂ©nĂ©voles font Ă©normĂ©ment de choses, mais ils ont des inquiĂ©tudes lĂ©gitimes, notamment concernant les questions d’assurances s’ils dĂ©cident par exemple de mettre un logement Ă  la disposition de ceux qui ont besoin. Les services publics disponibles ne sont pas suffisants pour gĂ©rer la rĂ©alitĂ© des besoins. Les associations font un Ă©norme travail.

    L’échange avec EmmaĂŒs m’a montrĂ© la diversitĂ© de leurs projets, Ă  la fois sur le terrain local avec les centres d’insertion, le travail d’accompagnement, les efforts pour lutter contre l’endettement et aussi leurs actions au niveau national, par exemple avec les migrants dans les camps Ă  Calais et Ă  Dunkerque, ou encore au niveau international, comme avec leur projet sur l’accĂšs Ă  l’eau au BĂ©nin. À ChambĂ©ry, EmmaĂŒs se focalise beaucoup sur le recyclage et crĂ©e une Ă©conomie circulaire sur place. Il y a la rĂ©colte des containers pour vĂȘtements et chaussures. Ce qui peut ĂȘtre vendu est mis en vente dans les magasins d’EmmaĂŒs (cet argent est utilisĂ© pour financer d’autres projets), une autre partie est recyclĂ©e. Les particuliers peuvent dĂ©poser les meubles, grands et petits, l’électro-mĂ©nager, les jouets dont ils n’ont plus besoin et ces-derniers sont vendus par EmmaĂŒs. Il y a un travail de rĂ©paration et de vĂ©rification des produits fait par ceux qui sont accompagnĂ©s par EmmaĂŒs qui est un Ă©lĂ©ment important de leur programme – soit cela permet Ă  quelqu’un qui est dĂ©jĂ  qualifiĂ©, par exemple en tant qu’électricien, d’utiliser ses compĂ©tences, soit cela permet Ă  quelqu’un de recevoir une formation, pour lui donner les moyens de devenir indĂ©pendant. L’économie circulaire se fait au sein d’EmmaĂŒs.

    La dĂ©termination des acteurs engagĂ©s dans la lutte contre la pauvretĂ© dans la rĂ©gion m’a vraiment frappĂ©e toute au long de la journĂ©e. Le gouvernement a mis en place dix projets pilotes pour les « territoires zĂ©ro chĂŽmeurs de longue durĂ©e Â». Le territoire de CƓur de Savoie n’a pas Ă©tĂ© retenu comme projet pilote, mais ceux qui se sont engagĂ©s (les bĂ©nĂ©voles) ont dĂ©cidĂ© de continuer avec le projet malgrĂ© tout et d’essayer de crĂ©er du travail dans la rĂ©gion pour ceux qui en sont actuellement privĂ©s.

    Ces Ă©changes prĂ©cieux m’encouragent Ă  continuer la bataille au niveau europĂ©en, notamment avec l’intergroupe de la lutte contre la pauvretĂ© et l’exclusion sociale.

  • Pourquoi j’ai votĂ© en faveur de l’accord UE – Canada (CETA)

    Pourquoi j’ai votĂ© en faveur de l’accord UE – Canada (CETA)

    Ces derniers jours, de nombreux citoyens m’interpellent sur le vote du CETA par les dĂ©putĂ©s europĂ©ens, qui a eu lieu le 15 fĂ©vrier 2017 Ă  Strasbourg en session plĂ©niĂšre. Je tiens Ă  vous rĂ©pondre et Ă  dĂ©fendre ma position en faveur de cet accord de libre-Ă©change entre le Canada et l’Union europĂ©enne.

    En effet, j’ai votĂ© en faveur du CETA (Comprehensive Economic and Trade agreement) en prenant mes responsabilitĂ©s et en ayant le souci du plus grand nombre.

    La campagne contre ce traitĂ© me semble souvent exagĂ©rĂ©e. Penser qu’un accord avec le Canada, tel qu’il est rĂ©digĂ©, remet en cause la dĂ©mocratie et les normes sociales ou sanitaires ne correspond pas Ă  une analyse fouillĂ©e du texte.

    Ainsi, n’hĂ©sitez pas Ă  consulter mon analyse du traitĂ© ci-dessous, et le site de la Commission europĂ©enne

    [1]. Vous trouverez par exemple sur ce lien une carte interactive oĂč il est possible de visualiser par ville / pays les entreprises exportant vers le Canada[2].

    Enfin, depuis l’élection du prĂ©sident Donald Trump, le contexte gĂ©opolitique invite Ă  rĂ©flĂ©chir avant de refuser cet accord.

    [1] http://ec.europa.eu/trade/policy/in-focus/ceta/index_fr.htm

    http://ec.europa.eu/trade/policy/in-focus/ceta/questions-and-answers/index_fr.htm

    [2] http://ec.europa.eu/trade/policy/in-focus/ceta/ceta-in-your-town/

    Qu’est-ce que le CETA ?

    Le Comprehensive Economic and Trade agreement (CETA), en français « accord Ă©conomique et commercial global Â», est un accord commercial d’un nouveau type entre l’Union europĂ©enne (UE) et le Canada.

    Résultat de longues négociations lancées en 2009, le CETA a pour objectif de renforcer la coopération économique entre les deux parties, de faciliter leurs échanges commerciaux et de faire converger les normes en définissant des standards communs élevés.

    Il est tout Ă  fait lĂ©gitime, en dĂ©mocratie, de s’interroger sur la politique commerciale et mĂȘme d’exprimer des doutes argumentĂ©s.

    Certains partis exploitent toutefois les peurs ambiantes et propagent de fausses informations / amalgames au sein de l’opinion.

    Faisons d’emblĂ©e ici une distinction importante : les opinions publiques sont assez critiques vis-Ă -vis des traitĂ©s transatlantiques, mais il est fondamentale de distinguer entre :

    – le CETA en cours d’approbation, avec le Canada ;

    – le TAFTA (ou TTIP en anglais) qui a commencĂ© Ă  ĂȘtre nĂ©gociĂ© mais qui, Ă  ce stade, n’existe pas et ne semble guĂšre avoir de chances d’aboutir.

    La nĂ©cessitĂ©, dans toute nĂ©gociation, de prĂ©server une certaine confidentialitĂ© contribue Ă  nourrir des fantasmes. Mais le traitĂ© est disponible (lire en cliquant ici) et devrait ĂȘtre Ă©valuĂ© sans cĂ©der aux Ă©motions ni admettre la dĂ©sinformation grossiĂšre.

    Le CETA comporte des avancĂ©es, stratĂ©giques et Ă©conomiques, qui mĂ©ritent d’ĂȘtre relevĂ©es. Il comporte des garde-fous et est le fruit d’un processus dĂ©mocratique.

    1. Les intĂ©rĂȘts stratĂ©giques du CETA

    L’incertitude du contexte gĂ©opolitique actuel pousse les États partageant les mĂȘmes valeurs Ă  s’unir, notamment au moyen d’accords commerciaux. L’élection de Donald Trump aux États-Unis donne au CETA une portĂ©e nouvelle.

    Les Canadiens restent profondĂ©ment attachĂ©s Ă  leurs racines europĂ©ennes et partagent avec nous les mĂȘmes valeurs de dĂ©mocratie et d’État de droit. Rappelons que ce grand pays a Ă©tĂ© dĂ©couvert en Europe par le navigateur malouin Jacques Cartier en 1534, ce qui a permis de tisser des liens historiques et culturels forts. Pour les Français, le QuĂ©bec francophone est un partenaire particuliĂšrement proche.

    Par ailleurs, outre le contenu de l’accord, plutĂŽt Ă©quilibrĂ©, l’UE a un intĂ©rĂȘt stratĂ©gique Ă  jouer un rĂŽle important dans le commerce international. Avec ces accords de nouvelle gĂ©nĂ©ration, l’importance est double :

    Pour les entreprises europĂ©ennes. Si des accords de commerce ne sont pas conclus, d’oĂč viendront les nouveaux dĂ©bouchĂ©s pour nos produits, les commandes pour nos entreprises ?

    Pour l’influence de l’UE. Si les EuropĂ©ens se marginalisent en rejetant ces accords de « nouvelle gĂ©nĂ©ration Â», dont l’un des objectifs est d’élaborer des normes mondiales, ils risquent Ă  terme de se voir imposer, par d’autres, les conditions du commerce international.

    La France est un partenaire commercial privilégié du Canada : environ 280 entreprises canadiennes représentant 40 000 emplois sont implantées en France dans de nombreux secteurs (Bombardier, CNC-Lavalin, Vermilion, Caisse de dépÎt et de placement du Québec, CGI, Cascades, Magna, McCain, Aastra, RIM, Lembec, Transat, etc.) et environ 550 entreprises françaises employant plus de 80 000 personnes sont implantées au Canada, dont 70% au Québec (Sodexo, Lafarge, Ubisofft, Rexel, Air Liquide, Sanofi Aventis, Alstom, Colas, ThalÚs, Hachette, Veolia, Essilor, Lactalis etc.)[1]

    Le Canada est la 10Ăšme Ă©conomie du monde, plus importante que la Russie ou la Turquie. L’UE est le 2Ăšme exportateur de biens au Canada (derriĂšre les États-Unis) et le Canada est le 14Ăšme importateur dans l’UE (hors commerce intra-UE). Le CETA comporte par consĂ©quent des avantages Ă©conomiques majeurs pour les deux parties.

    2. Les intĂ©rĂȘts Ă©conomiques du CETA

    a) RĂ©ductions de droits de douanes 

    L’UE et le Canada se sont mis d’accord pour Ă©liminer les droits de douane concernant les importations de biens.

    • Quand ? Selon les produits, l’élimination des droits de douane pourra ĂȘtre immĂ©diate ou progressive, dans un dĂ©lai maximum de 7 ans.
    • Pour quels produits ? La quasi-totalitĂ© des produits est concernĂ©e par le CETA. Cependant, certains produits agricoles auront droit Ă  un traitement spĂ©cial ou ne seront pas concernĂ©s par cette suppression des droits de douanes.
    • Pourquoi ? Afin de rĂ©duire les coĂ»ts pour les consommateurs, et de leur permettre l’accĂšs Ă  un plus large choix de produits.

    b) Rapprochement des normes

    L’UE et le Canada ont Ă©galement convenu de faire converger leurs normes commerciales.

    • Pourquoi ? Des barriĂšres dites non tarifaires existent : il s’agit notamment des normes Ă  respecter pour accĂ©der au marché : pour exporter, les entreprises doivent obtenir l’homologation de leurs produits.
    • Comment ? En facilitant la reconnaissance des Ă©quivalences des normes : une autoritĂ© europĂ©enne de certification sera par exemple autorisĂ©e Ă  dĂ©livrer une homologation pour le marchĂ© canadien, sous rĂ©serve du respect des rĂšgles propres au marchĂ© canadien.
    • Quels effets ? Diminution des coĂ»ts de mise sur le marchĂ©, ce qui est particuliĂšrement bĂ©nĂ©fique aux petites et moyennes entreprises.

    L’accord prĂ©voit Ă©galement un forum de coopĂ©ration rĂ©glementaire : mĂ©canisme de coopĂ©ration volontaire, il permettra aux autoritĂ©s de rĂ©glementation d’échanger expĂ©riences et informations utiles, et contribuera Ă  dĂ©finir les domaines de coopĂ©ration possibles. Son rĂŽle est uniquement consultatif.

    c) ProgrÚs quant aux échanges de services / mobilité professionnelle

    Le CETA ouvre aux EuropĂ©ens de nouveaux marchĂ©s :

    • services financiers ;
    • tĂ©lĂ©communications ;
    • Ă©nergie ;
    • transport maritime.

    Le CETA facilite Ă©galement la mobilitĂ© professionnelle par la reconnaissance des qualifications. À l’heure actuelle, les EuropĂ©ens exerçant des professions rĂ©glementĂ©es (architectes, comptables, ingĂ©nieurs etc.) ne peuvent pas travailler au Canada, car leurs qualifications n’y sont pas reconnues. Idem pour les Canadiens dans l’UE. Le CETA fournit un cadre aux organisations professionnelles pour nĂ©gocier des accords de reconnaissance mutuelle des qualifications. Les autoritĂ©s canadiennes et europĂ©ennes reprendront ensuite ces accords et veilleront Ă  leur application juridique.

    d) Exportations respectant des normes

    Le CETA ne permet pas une « concurrence sauvage Â» mais permet des Ă©changes de biens et de services, encadrĂ©s par des normes strictes, que ce soit pour l’accĂšs aux marchĂ©s publics ou pour la protection des appellations d’origines.

    AccÚs aux marchés publics

    Avec le CETA, l’accĂšs aux marchĂ©s publics canadiens (de l’État fĂ©dĂ©ral et des États fĂ©dĂ©rĂ©s) pour les entreprises europĂ©ennes s’amĂ©liore, mĂȘme si l’UE garde un taux d’ouverture des marchĂ©s publics supĂ©rieur Ă  celui de son partenaire.

    Les entreprises europĂ©ennes ont aujourd’hui accĂšs Ă  10% des marchĂ©s publics canadiens, quand les entreprises canadiennes ont, elles, aujourd’hui accĂšs Ă  90% des marchĂ©s publics europĂ©ens.

    Avec le CETA, c’est Ă  30% des marchĂ©s publics canadiens que nos entreprises auront accĂšs.

    Protection des appellations d’origines

    Pour la premiĂšre fois sont protĂ©gĂ©es dans un traitĂ© de commerce les appellations gĂ©ographiques des produits agricoles ou viticoles. MĂȘme si tout n’est pas parfait, c’est un pas important pour les exploitants, notamment français, et pour la dĂ©fense d’un modĂšle agricole de qualitĂ©.

    • 145 appellations gĂ©ographiques vont ainsi ĂȘtre protĂ©gĂ©es sur le marchĂ© canadien, notamment l’huile essentielle de lavande de Haute-Provence, le « Parmigiano Reggiano » ou encore la « Bayerisches Bier » ( PDF ci-contre ).
    • En ce qui concerne le vin, le CETA reprend l’acquis d’un accord UE-Canada de 2003 protĂ©geant dĂ©jĂ  les indications gĂ©ographiques, et met fin Ă  certains obstacles sur le marchĂ© canadien comme les monopoles provinciaux des « Liquor Boards ».

    3. Les garde-fous du CETA

    Des investissements sécurisés par une procédure juridictionnelle

    L’ISDS (pour Investor State Dispute Settlement), c’est Ă  dire le mĂ©canisme de rĂšglement des diffĂ©rends entre investisseurs et États, a cristallisĂ© une bonne part des critiques contre le CETA. Les opposants Ă  ce mĂ©canisme (qui existe depuis des annĂ©es et n’avait, jusque-lĂ , pas suscitĂ© autant d’émoi), lui reprochaient de permettre Ă  une “justice privĂ©e” (les arbitres, choisis par les parties), le pouvoir de sanctionner des États, remettant en cause leur droit Ă  rĂ©guler. L’absence de voie de recours Ă©tait Ă©galement critiquĂ©e.

    Sous l’impulsion de la Commission europĂ©enne, notamment de la Commissaire Malmström, ce mĂ©canisme a Ă©tĂ© rĂ©formĂ© :

    • Le CETA prĂ©voit dĂ©sormais la crĂ©ation d’un vĂ©ritable tribunal d’arbitrage, composĂ© de 5 membres possĂ©dant l’une des nationalitĂ©s de l’UE, de 5 membres canadiens et de 5 membres originaires de pays tiers, nommĂ©s pour 5 ans renouvelable une fois, sur la base de compĂ©tences juridiques avĂ©rĂ©es. Le traitĂ© prĂ©voit la possibilitĂ© de passer d’une rĂ©munĂ©ration par des honoraires Ă  un salaire rĂ©gulier. Les juges devront se conformer Ă  des rĂšgles d’éthiques strictes qui leur interdiront notamment d’exercer en parallĂšle des fonctions de conseil pour le compte d’Etats ou d’investisseurs dans le cadre de procĂ©dure d’arbitrage ;
    • Les parties pourront dĂ©sormais faire appel des dĂ©cisions ;
    • Le droit des États Ă  rĂ©guler est solennellement rappelĂ©. 

    Ce tribunal est vu comme la premiĂšre Ă©tape vers un tribunal international d’arbitrage, multilatĂ©ral, sous l’égide de la Cour internationale de Justice. C’est un progrĂšs du droit et non, comme certains cherchent abusivement Ă  le faire croire, un recul.

    La garantie de la qualité des produits importés

    Avec le CETA, les produits qui arrivent sur le marchĂ© europĂ©en doivent toujours ĂȘtre conformes aux standards europĂ©ens. La viande canadienne traitĂ©e aux hormones n’est pas permise sur nos marchĂ©s, pas plus que les OGM prohibĂ©s au sein de l’UE. De plus, dans le traitĂ©, l’UE et le Canada s’engagent d’une part Ă  ne peut abaisser les standards et d’autre part Ă  lutter contre la pĂȘche illĂ©gale, l’exploitation forestiĂšre illĂ©gale et la commercialisation des espĂšces menacĂ©es.

    Le CETA permet aux autoritĂ©s canadiennes de vĂ©rifier si les produits canadiens de certains secteurs, destinĂ©s au marchĂ© europĂ©en, sont conformes aux standards europĂ©ens. De mĂȘme, les autoritĂ©s europĂ©ennes pourront vĂ©rifier les produits europĂ©ens importĂ©s. L’UE et le Canada se font mutuellement confiance quant Ă  leur systĂšme de surveillance. Cela rend l’activitĂ© des entreprises beaucoup plus aisĂ©e lorsque leurs produits sont inspectĂ©s avant l’export, particuliĂšrement pour les PME. En France, sur les plus de 10 000 entreprises françaises qui exportent aujourd’hui vers le Canada, plus de 75% sont des PME.

    LĂ  encore, on peut caricaturer mais les entreprises demandent moins de paperasse.

    La garantie de la souveraineté des Etats

    Le prĂ©ambule du CETA reconnaĂźt le droit Ă  rĂ©guler de chaque partie dans son territoire pour poursuivre ses objectifs de politique publique dans des domaines comme la santĂ© publique, la sĂ©curitĂ©, l’environnement.

    La garantie de la protection de l’environnement

    Le Canada et l’UE sont des acteurs moteurs en matiĂšre de lutte pour la protection de l’environnement. Ils ont d’ailleurs ƓuvrĂ© conjointement Ă  l’adoption de l’Accord de Paris en matiĂšre de rĂ©duction des Ă©missions de gaz Ă  effet de serre, d’attĂ©nuation et d’adaptation.

    L’accord de Paris est le premier accord universel sur le climat juridiquement contraignant. Il est le rĂ©sultat de nĂ©gociations tenues en dĂ©cembre 2015, lors de la confĂ©rence de Paris sur le climat (COP21) de la convention-cadre des Nations unies sur les changements climatiques. Cet accord dĂ©finit un plan d’action international visant Ă  lutter contre le rĂ©chauffement planĂ©taire. Pour entrer en vigueur, la ratification par 55 pays responsables ensemble d’au moins 55 % des Ă©missions de gaz Ă  effet de serre (GES) Ă©tait nĂ©cessaire. L’UE ayant ratifiĂ© l’accord le 5 octobre, il a pu entrer en vigueur le 4 novembre 2016.

    Le CETA affirme explicitement le droit de chaque partie Ă  rĂ©guler dans le domaine environnemental dans le respect de ses engagements internationaux et en s’efforçant de viser un haut niveau de protection environnemental (voir les chapitres 22 et 24). Il encourage les bonnes pratiques, telles que l’étiquetage environnemental, le commerce Ă©quitable, la responsabilitĂ© sociale et environnementale des entreprises etc. En outre, un comitĂ© du commerce et du dĂ©veloppement durable supervisera la mise en Ɠuvre de l’accord dans le domaine de l’environnement et du travail.

    Un rĂ©cent rapport du ministĂšre de l’Environnement, de l’Énergie et de la Mer, affirme que le CETA (s’il intĂšgre un certain nombre de recommandations) « peut constituer un levier pour dynamiser la lutte contre le changement climatique »[2].

    Les gouvernements nationaux chargés de remédier aux potentiels effets négatifs du CETA

    Dans toute nĂ©gociation, les parties tentent de protĂ©ger leurs secteurs fragiles. Dans le CETA, par exemple, les lignes tarifaires pour le secteur europĂ©en de la viande sont conservĂ©es. La quantitĂ© totale de viande de porc pouvant ĂȘtre importĂ©e du Canada vers l’UE Ă©quivaut seulement Ă  0.3 % de la consommation annuelle de ce produit au sein de l’UE.

    Cependant, malgré des bénéfices macro-économiques, un accord commercial peut parfois entraßner des effets négatifs inattendus et non prévisibles, le plus souvent sur une échelle locale. Les gouvernements nationaux doivent alors prendre des mesures appropriées pour y remédier, comme par exemple au moyen de compensations financiÚres ou de voies de réinsertion professionnelle.

    4. Quel contrĂŽle dĂ©mocratique, Ă  quel niveau ?

    De quel niveau relĂšve le commerce international ?

    Le commerce international est l’une des rares compĂ©tences exclusives de l’UE (article 207 TFUE). Cela signifie que la Commission europĂ©enne peut nĂ©gocier au nom des États membres de l’UE, qui lui ont donnĂ© mandat.

    Pourquoi la Commission ?

    Former un ensemble uni de 500 millions de consommateurs nous donne un avantage considĂ©rable ; pour les pays tiers comme le Canada en l’occurrence, l’accĂšs Ă  ce marchĂ©, le plus solvable de la planĂšte, justifie des concessions majeures. Le “bloc” peut espĂ©rer un traitement plus favorable que chacun des pays europĂ©ens pris isolĂ©ment, d’oĂč l’intĂ©rĂȘt d’avoir un seul nĂ©gociateur.

    Quel contrĂŽle dĂ©mocratique ?

    La Commission a menĂ© les nĂ©gociations sur la base d’un mandat prĂ©cis adoptĂ© Ă  l’unanimitĂ© par les États membres en 2009. Les positions europĂ©ennes, avant chaque session de nĂ©gociation, ont Ă©tĂ© Ă©laborĂ©es en concertation avec les États membres. La Commission a rendu compte Ă  ces-derniers de maniĂšre dĂ©taillĂ©e aprĂšs chaque session de nĂ©gociation, dans le cadre du ComitĂ© de politique commerciale Ă  Bruxelles, qui rĂ©unit les administrations des États membres en charge de la politique commerciale, et au Conseil des ministres de l’Union europĂ©enne. La Commission a Ă©galement rendu compte de l’avancĂ©e des nĂ©gociations au Parlement europĂ©en.

    L’accord est-il mixte ?  

    Lorsque les domaines touchĂ©s par un accord de l’UE relĂšvent en partie de la compĂ©tence des États membres, l’accord est dit « mixte Â». Il doit alors ĂȘtre ratifiĂ©, pour les domaines de compĂ©tences partagĂ©es, par chaque État membre selon leurs rĂšgles constitutionnelles propres (par exemple autorisation du Parlement en France).

    Les analyses divergent sur le fait de savoir si le CETA est un accord mixte, notamment en ce qui concerne les dispositions relatives aux investissements, au transport ou encore au dĂ©veloppement durable. La Cour de justice de l’UE doit rendre en 2017 un avis Ă©tudiant prĂ©cisĂ©ment la question de la mixitĂ©, concernant un accord UE-Singapour similaire au CETA.

    Le 21 dĂ©cembre 2016, l’Avocate gĂ©nĂ©rale Sharpston dans ses conclusions sur Singapour considĂšre que toutes les parties de cet accord ne relĂšvent pas de la compĂ©tence exclusive de l’Union, de sorte que celui-ci ne peut ĂȘtre conclu sans la participation de tous les États membres. Attention : les conclusions d’un avocat gĂ©nĂ©ral ne prĂ©jugent en aucun cas un avis ou une dĂ©cision de la Cour de justice.

    Pourquoi la signature du traitĂ© a-t-elle alors Ă©tĂ© soumise Ă  l’accord de la Wallonie ?

    Tout en considĂ©rant que, d’un point de vue juridique, l’accord relĂšverait de la compĂ©tence exclusive de l’Union, la Commission europĂ©enne a fait le choix, en juillet 2016, de prĂ©senter le CETA comme un accord mixte et donc de soumettre sa ratification Ă  l’accord unanime des États membres. La Commissaire Ă  la concurrence Malmström a justifiĂ© cette dĂ©cision par la situation politique au sein du Conseil et par la volontĂ© d’aller vite.

    A cette dĂ©cision de la Commission europĂ©enne, s’ajoutent des rĂšgles constitutionnelles internes Ă  la Belgique, empĂȘchant le gouvernement fĂ©dĂ©ral de Charles Michel de donner son accord au nom du Royaume sans l’aval de tous les Parlements rĂ©gionaux.

    Nous sommes donc arrivĂ©s Ă  une situation oĂč, une rĂ©gion de moins de 4 millions d’habitants peut bloquer un accord concernant 500 millions d’EuropĂ©ens et tous les Canadiens.

    Il ne s’agit pas de remettre en cause le bienfondĂ© de certaines interrogations. La Wallonie a d’ailleurs menĂ© un travail de fond, sĂ©rieux, sur la durĂ©e, Ă  propos du CETA. Ce travail l’honore.

    Reste que ce dĂ©bat dĂ©mocratique, pour qu’il le soit rĂ©ellement, devrait ĂȘtre portĂ© au bon niveau : celui de l’UE. Sans faire perdre Ă  celle-ci sa crĂ©dibilitĂ©.

    5. La rĂ©solution sur le CETA adoptĂ©e par l’AssemblĂ©e nationale le 2 fĂ©vrier

    Une rĂ©solution europĂ©enne de l’AssemblĂ©e nationale n’a pas d’effet contraignant. Celle-ci prĂ©sente en outre des anomalies de procĂ©dure comme des ambiguĂŻtĂ©s voire des informations biaisĂ©es, sur le fond.

    https://www.assemblee-nationale.fr/14/pdf/ta/ta0906.pdf

    a) Une procĂ©dure conclue par un vote ultra minoritaire 

    Le 21 dĂ©cembre 2016, le dĂ©putĂ© communiste M. Dolez et plusieurs de ses collĂšgues ont dĂ©posĂ© une proposition de « rĂ©solution europĂ©enne Â» dĂ©favorable Ă  la ratification du CETA. Cette proposition a Ă©tĂ© rejetĂ©e par la commission des Affaires europĂ©ennes de l’AssemblĂ©e nationale le 18 janvier, puis par la commission des Affaires Ă©trangĂšres de l’AssemblĂ©e nationale le 24 janvier.

    Toutefois, le 2 fĂ©vrier, elle est adoptĂ©e en sĂ©ance par l’AssemblĂ©e nationale au sein d’un hĂ©micycle quasi-vide, avec 16 dĂ©putĂ©s participants. Le gouvernement français s’était exprimĂ© trĂšs clairement en faveur du CETA. Cependant, en raison de l’absence de consensus au sein du parti majoritaire, le candidat de la gauche Ă  l’élection prĂ©sidentielle BenoĂźt Hamon s’étant prononcĂ© contre le CETA, le groupe socialiste a dĂ©cidĂ© de s’abstenir. Cette abstention a permis l’adoption de la rĂ©solution.

    b) Un fond sujet Ă  caution

    La rĂ©solution ne fait pas grand cas des dispositions du traitĂ© UE et du traitĂ© sur le fonctionnement de l’UE reconnaissant la compĂ©tence exclusive de l’UE en matiĂšre d’accords commerciaux. Les traitĂ©s ont pourtant Ă©tĂ© rĂ©guliĂšrement ratifiĂ©s par le Parlement national.

    La rĂ©solution est rĂ©digĂ©e de maniĂšre trĂšs ambigĂŒe, voire abusive :

    – Elle ne cite, dans ses considĂ©rants, que l’avis d’une des trois commissions parlementaires du Parlement europĂ©en qui se sont prononcĂ©es, la commission de l’emploi et des affaires sociales (EMPL) pourtant la seule Ă  recommander le rejet du CETA ; les deux autres (commission des affaires Ă©trangĂšres AFET et commission de l’environnement, de la santĂ© publique et de la sĂ©curitĂ© alimentaire ENVI) consultĂ©es pour avis se sont prononcĂ©es en faveur de l’accord.

    – Elle passe Ă©galement sous silence le travail de la commission compĂ©tente au fond, la commission du commerce international INTA, laissant entendre que cet accord n’aurait pas donnĂ© lieu Ă  un contrĂŽle dĂ©mocratique. Or, le texte a fait l’objet Ă  5 reprises d’un examen au sein de cette commission et d‘un travail trĂšs approfondi. Au terme de cet examen, celle-ci s’est exprimĂ©e en faveur Ă  25 voix pour, 15 contre et 1 abstention.

    Voir la fiche de procédure du Parlement européen, notamment les avis des commissions

    – Elle ne cite arbitrairement qu’une seule Ă©tude acadĂ©mique rĂ©alisĂ©e par l’universitĂ© Tufts sur les effets Ă©conomiques potentiels du CETA, Ă  charge.

    – Son argumentation est biaisĂ©e notamment sur :

    • La teneur des nĂ©gociations du CETA
    • La nature du tribunal d’arbitrage
    • La compatibilitĂ© du CETA avec l’accord de Paris sur le climat (COP 21)
    • La diffĂ©renciation entre le CETA et le TAFTA (accord bilatĂ©ral avec les Etats-Unis qui, Ă  ce jour, n’est pas conclu et risque de ne l’ĂȘtre jamais vu les rĂ©ticences en Europe et de l’administration Trump)

    Nous vous invitons Ă  relire sur ces points nos arguments ci-dessus.

    Les Parlements nationaux ont un rĂŽle Ă  jouer dans le contrĂŽle des positions des Etats membres en matiĂšre commerciale. Il est naturel qu’ils contrĂŽlent le ministre du commerce extĂ©rieur et soient le relais des inquiĂ©tudes des populations, encourageant un dĂ©bat public en amont.

    Il est en revanche peu correct, en fin de parcours, d’abuser les citoyens par des rĂ©solutions peu argumentĂ©es, adoptĂ©es dans des procĂ©dures ultra-minoritaires.

    C’est un mauvais signal envoyĂ© par l’AssemblĂ©e nationale au Canada ainsi qu’aux partenaires europĂ©ens et aux institutions chargĂ©es de nĂ©gocier les accords commerciaux (la Commission) et d’en contrĂŽler l’adoption (le Parlement europĂ©en).

    Il est permis de souhaiter des rapports entre Parlement européen et Parlements nationaux fondés sur un plus grand respect des traités, des attributions de chacun et de la rigueur intellectuelle, vis-à-vis des citoyens.

    Historique :

    Juin 2007 – Sommet UE-Canada : les deux parties s’accordent pour conduire une Ă©tude conjointe pour examiner les coĂ»ts et bĂ©nĂ©fices d’un partenariat Ă©conomique approfondi.

    Octobre 2008 – Le Canada et l’UE prĂ©sentent une Ă©tude conjointe intitulĂ©e « Évaluation des coĂ»ts et avantages d’un partenariat Ă©conomique plus Ă©troit entre l’Union europĂ©enne et le Canada », qui justifie le lancement de nĂ©gociations.

    Mars 2009 – Un rapport conjoint Canada-UE, dĂ©finissant la portĂ©e de nĂ©gociations Ă©ventuelles, est complĂ©tĂ©.

    Mai 2009 – Le premier ministre Harper, ainsi que le prĂ©sident du Conseil de l’UE, TopolĂĄnek et le prĂ©sident de la Commission europĂ©enne, Barroso, annoncent le lancement de nĂ©gociations commerciales lors du Sommet Canada-UE Ă  Prague.

    Octobre 2009 – Une premiĂšre table-ronde rĂ©ussie et fructueuse de nĂ©gociations en vue d’un accord se tient Ă  Ottawa. Les deux parties s’efforcent de trouver un terrain d’entente et se donnent un ambitieux calendrier de nĂ©gociation.

    DĂ©cembre 2010 – Les ministres du Commerce du Canada et de l’UE prennent connaissance des progrĂšs rĂ©alisĂ©s et donnent l’instruction aux nĂ©gociateurs de maintenir leur rythme et leur ambition dans les nĂ©gociations.

    Octobre 2011 – Neuf cycles de nĂ©gociations officielles sont terminĂ©s, des progrĂšs importants ont Ă©tĂ© accomplis dans tous les secteurs. Les nĂ©gociations amorcent une phase plus intensive et ciblĂ©e.

    Novembre 2012 – Les ministres du commerce et de l’agriculture du Canada et de l’Union europĂ©enne se rencontrent Ă  Bruxelles, en Belgique, pour faire le point des progrĂšs accomplis et discuter des points en suspens.

    FĂ©vrier 2013 – Les ministres du Commerce et de l’Agriculture du Canada et de l’UE se rencontrent Ă  Ottawa pour cerner de plus prĂšs les questions en suspens dans les nĂ©gociations.

    Octobre 2013 – Le premier ministre Harper et le prĂ©sident de la Commission Barroso annoncent, Ă  Bruxelles, que le Canada et l’UE sont parvenus Ă  une entente de principe.

    AoĂ»t 2014 – Le Canada et l’UE annoncent que le texte complet de l’Accord commercial Canada-UE est terminĂ©, ce qui marque la conclusion des nĂ©gociations. Le Canada et l’UE procĂšdent Ă  un examen juridique approfondi et Ă  la traduction du texte dans les 22 autres langues du traitĂ© de l’UE.

    Septembre 2014 – Au Sommet Canada-UE tenu Ă  Ottawa, les dirigeants prĂ©sentent le texte complet de l’Accord.

    Développements récents

    Février 2016 : Publication de la révision juridique du texte.

    27 avril 2016 : le Parlement de Wallonie annonce son refus de ratifier l’accord via un vote de dĂ©fiance.

    Le 17 octobre 2016 : le Parlement de Wallonie s’oppose au CETA.

    27 octobre 2016 : accord intra belge.

    28 octobre 2016 : une motion du Parlement de Wallonie demandant au ministre-prĂ©sident Magnette de « donner dĂ©lĂ©gation Â» au gouvernement fĂ©dĂ©ral belge, pour qu’il appose la signature de la Belgique au CETA, a Ă©tĂ© approuvĂ©e par 58 voix pour et 5 contre, lors d’une sĂ©ance plĂ©niĂšre extraordinaire. Le Parlement de rĂ©gion de Bruxelles-Capitale et celui de la CommunautĂ© francophone lui ont emboĂźtĂ© le pas en approuvant, comme cela Ă©tait attendu, l’accord dans la soirĂ©e.

    30 octobre 2016 : signature du traitĂ© Ă  Bruxelles par le prĂ©sident de la Commission europĂ©enne Juncker, le premier ministre canadien Trudeau et le prĂ©sident du Conseil europĂ©en Tusk.

    31 octobre 2016 : La ministre canadienne du Commerce international prĂ©sente au Parlement canadien une mesure lĂ©gislative visant la mise en Ɠuvre du CETA.

    23 novembre 2016 : Le Parlement europĂ©en rejette la demande de 89 dĂ©putĂ©s de renvoyer le CETA devant la Cour de justice europĂ©enne pour avis. La rĂ©solution a Ă©tĂ© rejetĂ©e par 419 voix ; 258 dĂ©putĂ©s ont votĂ© en faveur et 22 se sont abstenus.

    5 dĂ©cembre 2016 : Publication de la dĂ©claration de Namur par Magnette.

    5 dĂ©cembre 2016 : Ă©change en INTA avec le service juridique du Parlement europĂ©en sur la valeur juridique de la dĂ©claration interprĂ©tative, sur les autres dĂ©clarations jointes Ă  l’accord et sur l’application provisoire (voir note INTA).

    24 janvier 2017 : L’accord est adoptĂ© en INTA par 25 votes pour, 15 contre et 1 abstention.

    15 fĂ©vrier 2017 : Le CETA est adoptĂ© par le Parlement europĂ©en en session plĂ©niĂšre, Ă  Strasbourg, par 408 voix en faveur, 254 voix contre et 33 abstentions. Une large partie du traitĂ© entre provisoirement en vigueur. Le reste du traitĂ© sera mis en application plus tard, aprĂšs ratification par les Parlements nationaux.

    DĂ©lai prĂ©visible pour les ratifications nationales :

    Pas de certitude ni beaucoup de prĂ©cĂ©dents pour un accord de cet ampleur. 1 Ă  5 ans pour l’accord avec la CorĂ©e du Sud, qui s’en rapproche le plus. C’est ce sur quoi table la Commission europĂ©enne.

    À savoir : en cas de non-ratification, il faudra que l’État membre en question le notifie officiellement.

    L’implication des Parlements nationaux, dans les nĂ©gociations et dans la ratification de l’accord, n’est donc en aucun cas Ă©ludĂ©e.

    [1] Page 4 du « Rapport sur les relations entre le CETA et le climat », commandé par SégolÚne Royal, présidente de la COP21 et ministre en charge des négociations sur le Climat, édité par le Commissariat général au développement durable, le Conseil économique pour le développement durable, le délégué général et mis en consultation, rédigés par D. Bureau et X. Jardi.

    [2] Page 3 du « Rapport sur les relations entre le CETA et le climat » précité.

  • DĂ©passer Maastricht

    Dépasser Maastricht

    La construction europĂ©enne n’est plus guĂšre expliquĂ©e. Du coup, les dĂ©tails masquent l’essentiel. Le 25Ăšme anniversaire du traitĂ© de Maastricht qui coĂŻncide avec l’arrivĂ©e d’un nouveau PrĂ©sident des Etats Unis, Donald Trump, nous permet de mesurer le prix de ce que nous avons bĂąti.

    Dire « America first Â», c’est Ă©noncer un principe hostile, pour ne pas dire Ă©goĂŻste. A suivre cette logique, pour qu’un pays ait du travail, il faudrait le prendre aux autres. Pour se protĂ©ger, il faudrait se replier.

    Cette vision renie la logique du plan Marshall et de toute la construction europĂ©enne. AprĂšs 1945 des hommes exceptionnels ont en effet compris, des deux cĂŽtĂ©s de l’Atlantique, que le jeu n’est pas Ă  somme nulle. La prospĂ©ritĂ© des uns suppose celle des autres. La coopĂ©ration, le commerce, la libre circulation crĂ©ent un monde plus durablement pacifique que l’humiliation de l’ancien ennemi, la rivalitĂ©, l’ignorance des dĂ©fis communs. Leur slogan n’était pas « moi d’abord Â» mais « ensemble Â».

    Les rĂ©sultats sont lĂ . Jamais, dans l’Histoire, nos peuples n’ont connu 70 ans de paix continue. La CommunautĂ© europĂ©enne a accompli ce que les traitĂ©s de Westphalie et le prĂ©tendu « Ă©quilibre des forces Â»  n’avaient jamais permis : la rĂ©conciliation, la coopĂ©ration au service de causes supĂ©rieures.

    Lorsqu’en 1992, les Etats europĂ©ens ont signĂ© le traitĂ© de Maastricht crĂ©ant la monnaie unique, ils ont voulu parachever l’Ɠuvre de rapprochement commencĂ©e en 1950 avec le Charbon et l’Acier, continuĂ©e avec le MarchĂ© commun en 1957. De bonnes raisons Ă©conomiques y poussaient : la crĂ©ation d’une monnaie unique permettait d’éviter, au sein d’un mĂȘme marchĂ©, des dĂ©valuations compĂ©titives nocives. Monnaie de rĂ©serve mondiale, l’euro devait aussi drainer vers l’Europe des capitaux Ă©trangers.

    La raison primordiale Ă©tait toutefois d’une toute autre nature. La gĂ©nĂ©ration qui avait connu la guerre, notamment Helmut Kohl et François Mitterrand, souhaitait cimenter l’union aprĂšs l’unification allemande.

    Aujourd’hui, l’euro est critiquĂ©. Partout, on lui reproche d’avoir renchĂ©ri le coĂ»t de la vie. Dans le sud de l’UE, trop de jeunes sont au chĂŽmage. En Allemagne et dans le nord de l’UE, on rejette les taux d’intĂ©rĂȘt bas qui pĂ©nalisent les Ă©pargnants. Cette contestation doit ĂȘtre entendue, avec humilitĂ©. C’est vrai, des erreurs ont Ă©tĂ© commises. C’est vrai, la monnaie unique appelle plusieurs rĂ©formes mais celles-ci sont possibles.

    D’abord, rappelons-nous que les choses s’amĂ©liorent. Plusieurs pays (Irlande, Portugal) sont sortis des programmes draconiens qui leur avaient Ă©tĂ© imposĂ©s au plus fort de la crise. D’autres se redressent (l’Espagne notamment). MĂȘme si elle doit encore ĂȘtre parachevĂ©e, l’union bancaire reprĂ©sente un pas en avant important. Les chiffres de la croissance sont encourageants.

    La premiĂšre sĂ©rie de rĂ©formes relĂšve de chaque Etat membre car de mauvaises politiques nationales ont Ă©tĂ© menĂ©es, des annĂ©es durant, par facilitĂ© : l’excĂšs de dĂ©ficit et de dette en GrĂšce, l’abus de dette privĂ©e en Espagne, les problĂšmes bancaires en Italie. La France n’a pas non plus fait toute sa part au point que l’enjeu de l’élection prĂ©sidentielle de mai sera qu’elle mette ses comptes en ordre et procĂšde Ă  des rĂ©formes. Ce n’est pas en augmentant la dĂ©pense publique qu’on rendra performants des systĂšmes Ă©ducatifs ou de formation professionnelle dĂ©faillants, par exemple. Dans ce contexte, il est important que l’Allemagne ait dĂ©jĂ  rééquilibrĂ© sa politique salariale et continue d’investir : dans le numĂ©rique, la connaissance et les infrastructures.

    La seconde relĂšve du niveau europĂ©en. La zone euro a besoin d’une politique macro-Ă©conomique plus performante, adossĂ©e Ă  un budget mis au service de la recherche et de l’innovation, tout en rĂ©partissant plus Ă©quitablement les fruits de notre activitĂ© Ă©conomique. SituĂ©e au milieu du continent, l’Allemagne a, notamment depuis l’élargissement, des atouts que les pays pĂ©riphĂ©riques n’ont pas : elle peut dĂ©localiser ses entreprises Ă  proximitĂ©, elle bĂ©nĂ©ficie de centaines de millions de clients potentiels pour ses exportations. Les citoyens allemands ne sont pas que des Ă©pargnants. Ils sont aussi des salariĂ©s d’entreprises qui exportent. Quant Ă  la BCE, elle est obligĂ©e d’aller d’autant plus loin sur des voies dites « non conventionnelles Â» qu’elle pallie l’absence de politiques authentiquement europĂ©ennes. On ne peut pas Ă  la fois refuser toute avancĂ©e et dĂ©noncer la politique de la BCE. Le statu quo est intenable et l’Allemagne aurait beaucoup Ă  perdre dans une politique Ă  courte vue.

    La troisiĂšme touche Ă  l’amĂ©lioration des contrĂŽles dĂ©mocratiques. MĂȘme sans changer les traitĂ©s, des progrĂšs sont nĂ©cessaires, vu l’ampleur de la contestation. LĂ  encore, la perception d’une nouvelle « hĂ©gĂ©monie allemande Â», trĂšs forte dans le sud de l’Europe, doit ĂȘtre prise au sĂ©rieux Ă  en Allemagne. Si un pays comme l’Italie finissait par porter au pouvoir un populiste, ce serait autant un problĂšme pour la stabilitĂ© de l’Allemagne que de la pĂ©ninsule.

    Ainsi, 25 ans aprĂšs Maastricht, les chantiers Ă  ouvrir sont nombreux. Il ne faut pas le nier. Mais il serait hasardeux de renoncer Ă  la construction europĂ©enne au  moment oĂč le vote rĂ©fĂ©rendaire du peuple britannique et l’arrivĂ©e de Trump au pouvoir disloquent l’Occident tel que nous l’avons toujours connu. Dans ce monde incertain, nous avons plus que jamais besoin de resserrer les rangs europĂ©ens.

  • Le CETA n’est pas un accord de libĂ©ralisation sauvage

    Le CETA n’est pas un accord de libĂ©ralisation sauvage

    Les Echos – 16/02/2017 – Propos recueillis par Richard Hiault

    Pourquoi avez-vous voté en faveur du Ceta ?

    Dans le monde actuel oĂč l’on assiste Ă  la montĂ©e du protectionnisme, la fermeture des frontiĂšres mettrait en pĂ©ril l’emploi et la croissance. Le Ceta n’est pas, malgrĂ© ce que j’entends rĂ©guliĂšrement, un accord de libĂ©ralisation sauvage. C’est un accord de nouvelle gĂ©nĂ©ration avec un pays, le Canada, juridiquement sĂ»r et proche de nos valeurs europĂ©ennes. Il va permettre des Ă©changes de biens et de services, encadrĂ©s par des normes strictes. Il ouvre l’accĂšs aux marchĂ©s publics canadiens et prĂ©voit la protection de certaines appellations d’origine. C’est la premiĂšre fois que l’Union europĂ©enne fait reconnaĂźtre aussi bien, dans un accord commercial, des indications gĂ©ographiques protĂ©gĂ©es issues de nos territoires. D’un nouveau genre, il pourra servir de modĂšle pour la nĂ©gociation de futurs accords commerciaux. Il est faux de dire qu’il a Ă©tĂ© nĂ©gociĂ© en secret. Le Parlement europĂ©en en a beaucoup dĂ©battu. La Commission europĂ©enne a Ă©tĂ© Ă  l’écoute, le remplacement des tribunaux privĂ©s d’arbitrage par une cour de justice permanente en tĂ©moigne, par exemple.

    Pourtant les opposants pointent des failles du Ceta, notamment sur les questions environnementales


    Le degrĂ© de gĂ©nĂ©ralitĂ© des critiques finit par ĂȘtre troublant. Il est vrai que l’accord ne mentionne pas explicitement l’accord de Paris sur le climat de 2015 puisqu’il a Ă©tĂ© conclu avant. Le Ceta n’invalide pas pour autant l’accord, indispensable pour la planĂšte, de la COP21 et n’ignore pas les questions d’environnement. Il contient notamment un chapitre 22 sur le dĂ©veloppement durable et 24 sur l’environnement. Il prĂ©voit des forums de la sociĂ©tĂ© civile.

    Le Ceta est-il juste destinĂ© Ă  satisfaire l’intĂ©rĂȘt des multinationales ?

    Du fait de leur taille, elles sont plus intĂ©grĂ©es dans le commerce international, mais le Ceta vise en particulier Ă  allĂ©ger les contraintes Ă  l’exportation pour les PME (baisse des droits de douane et simplification des procĂ©dures). « Moins de paperasse », c’est ce que demandent les dirigeants de PME.

    Que peut apporter le Ceta Ă  la France ?

    En 2016, la France a enregistrĂ© un dĂ©ficit commercial de 48 milliards d’euros, malgrĂ© la baisse de la facture Ă©nergĂ©tique. Ainsi, elle s’appauvrit petit Ă  petit. S’il y a bien un pays qui doit amĂ©liorer son solde commercial, c’est la France. Nous devons impĂ©rativement trouver de nouveaux dĂ©bouchĂ©s. Le Canada est un partenaire fiable et un marchĂ© solvable. La France a des atouts Ă  faire valoir en matiĂšre de banque, de tĂ©lĂ©communications, de gestion de l’eau ou des dĂ©chets. Si je peux comprendre les inquiĂ©tudes exprimĂ©es par le monde agricole français, en particulier les Ă©leveurs, l’économie nationale compte aussi d’autres secteurs. De plus, le Ceta comprend des clauses de sauvegarde concernant les viandes bovine et porcine en cas de dĂ©stabilisation du marchĂ©.

  • L’accord commercial UE- Canada et l’influence française : leçon de choses

    L’accord commercial UE- Canada et l’influence française : leçon de choses

    L’accord commercial UE-Canada a suscitĂ© beaucoup de passion et de commentaires mais un aspect est largement passĂ© inaperçu Ă  Paris : il offre une saisissante illustration de la maniĂšre dont les Français gaspillent, en ce moment, leur influence.

    Alors que le Canada, et notamment la province du QuĂ©bec sont chers au cƓur des Français, une trĂšs large majoritĂ© de dĂ©putĂ©s europĂ©ens français a votĂ© contre ce texte lors de son approbation par le Parlement europĂ©en Ă  Strasbourg.

    Parmi les orateurs les plus virulents du dĂ©bat du 15 fĂ©vrier, plusieurs voix françaises ont soulignĂ©, non sans vĂ©hĂ©mence, la nocivitĂ© de cet accord. De Marine Le Pen Ă  Jean-Luc MĂ©lenchon, en passant par Yannick Jadot, les candidats Ă  l’élection prĂ©sidentielle s’en sont donnĂ© Ă  cƓur joie.

    Outre les extrĂȘmes et les Verts, tous les dĂ©putĂ©s socialistes ont votĂ© contre l’accord bien que le gouvernement actuel de la France y soit favorable. Certains RĂ©publicains et centristes en ont fait autant, d’autres se sont abstenus. Ainsi, s’il avait fallu compter sur les dĂ©putĂ©s français seulement, l’accord aurait Ă©tĂ© rejetĂ©.

    Naturellement, tous les dĂ©putĂ©s opposĂ©s Ă  cet accord ne sont pas hostiles au Canada mais encore faut-il savoir que les Canadiens, et parmi eux tout particuliĂšrement les QuĂ©becois, y tiennent ardemment. Le Premier ministre Justin Trudeau est venu en personne Ă  Strasbourg saluer cet accord moderne, « progressiste Â», fruit de sept annĂ©es de travail euro-canadien.

    Il a redit dans l’hĂ©micycle, le 16 fĂ©vrier, sa volontĂ© de construire une relation plus Ă©troite avec les EuropĂ©ens, en rappelant l’importance de dĂ©fendre ensemble l’Etat de droit, une sociĂ©tĂ© ouverte, une Ă©conomie mondiale respectueuse de l’environnement, inclusive. En « off Â», certains responsables canadiens n’ont pas cachĂ© leur prĂ©occupation aprĂšs l’arrivĂ©e de Donald Trump Ă  la tĂȘte des Etats-Unis.

    Le Canada, État dĂ©mocratique et alliĂ© et, Ă  travers lui le QuĂ©bec, a besoin de l’Europe pour affirmer ses valeurs, diversifier ses dĂ©bouchĂ©s et Ă©chapper ainsi Ă  une trop grande dĂ©pendance envers l’AmĂ©rique de l’imprĂ©visible Donald Trump.

    Pour la France, il est vital de combler un dĂ©ficit du commerce extĂ©rieur qui, en 2016 s’est encore creusĂ© atteignant 48 milliards d’euros (quand l’Allemagne et l’Italie accumulent des excĂ©dents qui atteignent cette annĂ©e respectivement 250 milliards et 50 milliards d’euros).

    L’accord UE-Canada n’est pas parfait mais il est bien moins dangereux que certains cherchent Ă  le faire croire. En tout cas, ses dĂ©fauts Ă©ventuels mĂ©ritent d’ĂȘtre mis en balance avec des enjeux stratĂ©giques et commerciaux, ainsi qu’avec les liens anciens de la France avec ce pays.

    A quoi servent les belles promesses d’amitiĂ© francophone si, dans un moment oĂč la solidaritĂ© est testĂ©e concrĂštement, les Français manquent Ă  l’appel ? Et si nous nous Ă©loignons de partenaires tels que les Canadiens, avec qui bĂątirons-nous un monde un peu moins injuste ?

    Dernier dĂ©tail qui n’en est pas un : dans son discours, Justin Trudeau a annoncĂ© que dorĂ©navant, c’est l’ambassadeur du Canada auprĂšs de l’Allemagne fĂ©dĂ©rale, en poste Ă  Berlin, qui sera aussi le reprĂ©sentant de son pays auprĂšs de
 l’Union europĂ©enne.

  • BBC Essex : interview on Brexit

    BBC Essex : interview on Brexit

    Find here the podcast of the interview with Sylvie Goulard and David McAllister: